Estratti dal discorso di premiazione di Eugene Gendlin
all’American Psychological Association, 6 Agosto 2000
Traduzione di Maria Teresa Belgenio
Molte grazie. Apprezzo il premio soprattutto perché non è stato assegnato solo a me ma anche al Focusing Institute. È piacevole trovarsi così tra tanti amici. Posso immaginare che annuirete subito quando affermo che la concezione dell’essere umano implicita nella nostra scienza e nelle istituzioni non riguarda realmente voi ed io. L’intero movimento umanistico è stato il tentativo di mantenere vivo il senso che l’essere umano è molto di più di quanto le nostre teorie possono dire.
Come possiamo capire il nostro modo di comprendere? Occorre capire la conoscenza in modo differente. Abbiamo bisogno di un tipo di scienza differente che si occupi degli esseri umani, che si accorga che la persona che abbiamo di fronte è più complessa, più intricata, più saggia, qualcosa di più dei concetti. Questa nuova Scienza si posiziona nell’interfaccia tra i concetti e qualunque sia il modo in cui volete chiamare l’altra cosa. Chiamerò l’altra cosa “noi” – l’interfaccia tra i concetti e noi.
Grosso modo, l’interfaccia invita a riflettere su qualcosa del genere: i concetti connettono? si aprono? li percepite? li vedete? fanno di più, ora che li avete utilizzati, oppure mettono da parte voi o l’altra persona? I concetti sono strumenti che consentono di fare qualcosa che non si può fare senza di loro. C’è un’epistemologia nella quale si va avanti e indietro tra tutta l’organizzazione concettuale e l’altra metà, cioè voi e io.
È sciocco attaccare la scienza. Senza la scienza la corrente elettrica non funzionerebbe. L’aereo non potrebbe trasportarci. Questa scienza che riduce tutto a carta millimetrata e matematica è il successo più grande che la razza umana abbia mai avuto. Di solito la scienza divide tutto in piccole parti studiandole separatamente. Dopo, i frammenti che avete capito separatamente li mettete insieme per ottenere la cosa che studiate di nuovo. Se possiamo costruire cose che abbiamo studiato, possiamo capirle davvero. Se smontate un orologio, comprendete ogni pezzo, capite come vanno insieme, li rimettete insieme e di nuovo ticchetta e segna il tempo, capite l’orologio. Non è falso.
Ciononostante, ci sono cose piuttosto importanti che, quando le esaminate separatamente e le capite isolatamente e le rimettete insieme, non le avrete di nuovo, poiché i pezzi separatamente sono cosa morta. Quando prendete componenti inanimati e li mettete insieme, non ottenete qualcosa di vivo. C’è qualcosa negli esseri viventi che quel tipo di scienza non può trattare.
L’ecologia approccia la scienza dalla direzione opposta. Dovete capire il tutto, altrimenti le parti non vi saranno di aiuto. Gli scienziati hanno studiato la pesca al Largo di Terranova. “Abbiamo fatto molti test, non c’è niente di sbagliato, i pesci stanno bene. Stanno proprio come vent’anni fa”. Gli ecologisti dicono: “Entro tre anni il pesce sparirà”. Tre anni dopo i pesci sono scomparsi. Come facevano a saperlo? Hanno studiato l’intero sistema. Studiano dove avviene l’accoppiamento, di cosa si cibano e di cosa hanno bisogno per respirare.
Tuttavia, in questi due tipi di scienza gli esseri umani scompaiono. Studiamo i geni, vendiamo gli ovuli delle donne, assumiamo farmaci che nessuno sa esattamente cosa faranno. Nella scienza olistica facciamo una breve comparsa, ma poi siamo evaporati in questo vasto sistema di cui siamo parte, e quindi ancora una volta non esistiamo.
Il terzo approccio lo chiamo “processo”, con cui intendo un qualche evento, non tutto. Possiamo essere precisi sul processo, ma non sulle parti, perché cambiano, e non sull’intero contesto in cui esso si trova. Il processo ha determinati segni, e possiamo specificare in quali condizioni l’ottenete e i suoi risultati.
Voglio porre l’attenzione sull’interfaccia tra i concetti e voi, che siete seduti sulla sedia. Ogni cosa vivente, una pianta, ogni tessuto è già un’interazione. Non è che essa è qui e il suo ambiente le sta attorno. È un’interazione, non una cosa. Respira, vive da sé e va avanti attraverso l’interazione con l’ambiente. È un processo. Il processo del tessuto produce già il suo senso, il modo intricato di creare il suo momento seguente, il suo passo successivo, è l’evento seguente. Anche il tessuto è il tipo di corpo che è informato del suo ambiente.
Gli animali fanno molto di più. Si muovono. Dal punto di vista della scienza regolare, si muovono come un mattone da questo punto qui in questo momento a quel punto qui in quel momento. Gli animali non fanno questo. Si muovono con il feedback dall’ambiente. Il comportamento dell’animale non è solo movimento nello spazio vuoto. Un animale si muove con l’intero corpo ricevendo feedback da ciò verso cui si muove o da cui si allontana.
Nella concezione ordinaria gli esseri umani hanno perso gli istinti e sono solo prodotti della cultura. È vero che quando guardiamo gli esseri umani attraverso le culture non condividiamo nulla di simile a qualsiasi specie animale. Ogni data specie animale dorme allo stesso modo, ha lo stesso tipo di accoppiamento, si nutre delle stesse cose. Siamo stati modificati, resi complessi, elaborati, più intricati e in modi differenti. Senza dubbio abbiamo routine culturali. Tutto questo discorso si sta svolgendo in una routine culturale, altrimenti non sareste seduti lì e non mi lascereste parlare senza
interrompermi. Ma il corpo si origina già come tessuto con molta organizzazione interna e poi, evolutivamente parlando, diventa un animale in cui i processi del tessuto sono tanto organizzati da consentire all’animale di muoversi, dare la caccia a qualcosa, e poi diventare culturalmente umano.
È del tutto falso che abbiamo corpi che non ci dicono cosa fare. Quando siete entrati in questa stanza vi siete comportati in modo appropriato, secondo tutte le routine culturali, ma non avete fatto solo quello. Avete visto qualcuno che conoscevate, perciò gli avete sorriso, e poi, avete visto qualcun altro che conoscevate, ma che non vi piace, quindi lo avete evitato. Dopo avete visto qualcun altro che conoscevate e gli avete dato un grosso abbraccio. Poi avete salutato la persona con cui siete venuti, e vi siete mossi e avete trovato un posto per sedervi. Tutte queste cose le avete fatte senza dover dire a voi stessi in parole: “Ora osservo. Non sorridere troppo a questa persona. Non dimenticare che sei arrabbiato con loro. Perché ancora, oh perché hanno fatto questo”. Non dovete farlo, perché il vostro organismo ha tutte quelle informazioni. Sa cosa ha fatto quella persona che vi ha fatto arrabbiare. Sa perché la state evitando. Anche prima che possiate pensarlo, siete già andati dall’altra parte, ed è lo stesso con il sorriso che date a qualcuno. È proprio il sorriso giusto. Se cercate di farlo in modo artificioso non riuscirete nemmeno a farlo bene. Ci vuole l’intero organismo per produrre esattamente il sorriso giusto.
Costantemente superiamo la cultura. Ogni piccola cosa, e ogni cosa importante è preculturale, perché è il tessuto e la vita animale, e la cultura, e anche dopo la cultura, più complesso della cultura. Il corpo è questo sistema molto più complesso, molto più intricato dall’inizio. Nella terza Scienza dobbiamo pensare i corpi viventi come processi che producono senso da sé stessi [as self-sense making processes]. La nuova epistemologia deve usare concetti che specificano questi processi, che vanno avanti sempre oltre qualsiasi concetto.
Testo originale:
Gendlin, E.T. (2001). On the new epistemology (excerpts from Gene Gendlin’s awards talk at the American Psychological Association, August 6, 2000). Staying in Focus. The Focusing Institute Newsletter, 1 (2), 5-6. Da: http://previous.focusing.org/gendlin/docs/gol_2173.html
